Pesce grosso o pesce piccolo: le difficoltà di chi non ha difficoltà a scuola
Nell'ambito dell'istruzione scolastica vi sarà spesso capitato di sentir parlare di disturbi dell'apprendimento. Stiamo parlando di ragazzini che presentano difficoltà a scuola, e che per questo hanno bisogno e hanno diritto a supporti adeguati e maggiore attenzione per favorire il loro corretto sviluppo e percorso formativo.
E' normale e intuitivo pensare che ci si debba adeguatamente occupare di questi bambini, a cui a volte, giustamente, è riservato un occhio di supervisione in più da parte delle insegnanti e dei genitori. E' altrettanto intuitivo pensare che chi ha una buona resa scolastica, e non dimostra difficoltà, non abbia bisogno di grandi attenzioni e per questo spesse volte viene lasciato lavorare in autonomia senza preoccuparsene.
Ci siamo mai chiesti, invece, se possono esserci delle situazioni in cui sarebbe importante dare attenzione anche a questi ragazzi?
Effettivamente, ci sono bambini che danno moltissima importanza alla loro riuscita scolastica, e quando questa non è ai massimi livelli, si disperano. Hanno paura di non essere perfetti, danno eccessiva rilevanza al voto assegnato dall'insegnante, si adirano se non riescono in qualche compito e queste condizioni potrebbero portarli a non vivere serenamente l'ambiente di apprendimento. Si tratta di ragazzini perfezionisti, stacanovisti, quelli che in gergo vengono spesso chiamati "secchioni".
Sono abituati a dare il massimo, a chiedere tantissimo a sè stessi, a prendere sempre voti alti, ed è per questo che potrebbero soffrire moltissimo di fronte ad una prestazione che non rispecchia gli esiti delle precedenti o i loro standard. In più, un insuccesso non per forza deve essere un voto insufficiente, ma anche solo un voto sufficiente o buono potrebbero farli soffrire perchè abbassano la media o scatenano reazioni di disappunto da parte degli adulti [1].
Riprendendo la "Multidimensional perfectionism scale" [4] possiamo parlare di perfezionismo "socially prescribed" (socialmente prescritto), caratterizzato dal timore del giudizio degli altri (genitori, insegnanti, compagni) e dalla convinzione che sia necessario raggiungere gli standard imposti da questi per ottenere la loro approvazione, e di perfezionismo "self oriented", che si riferisce al porsi obiettivi troppo elevati, a generalizzare i fallimenti e ad incorrere facilmente in pensieri “tutto o nulla”. L'associazione tra queste due forme di perfezionismo può essere legato a disturbi di ansia scolastica in età evolutiva.
Nonostante i buoni risultati, non sembra essere sufficiente ciò che si fa per arrivarci, spesso questi bambini potrebbero provare sentimenti di rabbia e di tristezza, fino ad arrivare in alcuni casi alla depressione. Per quanto riguarda il modo di attribuire la causa agli avvenimenti della propria vita, sembra calzare bene lo stile attributivo per cui i successi vengono spiegati attribuendo la causa al caso, mentre i fallimenti alla propria incapacità (stile attributivo depresso), come se, nel dubbio, ci si ritenesse incapaci, imperfetti, inadeguati [7].
Questo stile potrebbe essere molto negativo per l'individuo, poichè esso sta attribuendo per la maggior parte all'esterno (fortuna) le cause dei propri risultati positivi. Al contrario, in caso di fallimento, si riferisce ad una causa interna stabile e poco modificabile, ovvero la propria incapacità, piuttosto che alla presenza o assenza di impegno, che renderebbe l'apprendimento molto più sotto il proprio controllo e attenuerebbe probabilmente i vissuti di ansia [7]. Se poi si aggiunge anche una teoria della propria intelligenza prevalentemente entitaria (ovvero stabile e immodificabile, "sono nato così") [3], il bambino potrebbe sentirsi crollare quelle certezze che gli dimostravano di essere bravo, sostituite nel caso di insuccesso da un "non sono più bravo", spesso fonte di sentimenti negativi [1].
Queste condizioni potrebbero inficiare la carriera scolastica futura, portando addirittura alcuni a voler lasciare gli studi o a voler cambiare percorso. Possiamo riferirci a questo fenomeno attraverso il "big fish little pond effect" ovvero l'effetto del pesce grosso nel piccolo stagno [5].
Ragazzi che spiccano per la loro bravura nelle scuola inferiori, potrebbero non fare lo stesso passando ai gradi superiori, risultando studenti qualsiasi. Il ragazzo in questo caso, potrebbe non avere una buona consapevolezza dei propri processi mentali, per cui non riuscire a valutare cosa può essere successo nel cambiamento di scuola. Inoltre, ritornando allo stile attributivo depresso e alla teoria dell'intelligenza entitaria, egli potrebbe semplicemente definirsi "non bravo", senza pensare agli elementi che possono essere sotto il suo controllo e quindi eventualmente modificati da lui per ottenere una prestazione migliore.
Le ricerche affermano che è più probabile che i ragazzi molto richiestivi verso sè stessi abbiamo avuto come modelli dei genitori anch'essi perfezionisti oppure molto pretenziosi. L'interazione con i genitori sembra essere strettamente legata allo sviluppo del perfezionismo nei figli [2, 6].
Sembra che i figli abbiano acquisito dai genitori questo stile iper-critico per applicarlo a se stessi, per cui essere solo "less than perfect" non è ammesso o accettabile per loro, come non lo è per i genitori. Questo potrebbe aver condotto i figli a prestare eccessiva attenzione al risultato della prestazione, solitamente indicata dal voto assegnato, piuttosto che alla consapevolezza della propria preparazione e della propria padronanza della materia. In più, di fronte ad una prestazione non sufficiente, sebbene rara, i sentimenti di vergogna e colpa nei confronti delle figure genitoriali potrebbero essere molto forti, fino quasi a scatenare paura per la reazione dell'adulto e a mettere in dubbio l'affetto che egli prova per lui.
Altro caso è quello in cui i genitori non trasmettono i loro tratti perfezionisti ai figli, ma sono stati abituati nel tempo ai risultati positivi dei figli, che hanno quindi permesso loro di considerarli come bravi e intelligenti. In questo caso potrebbe capitare che, di fronte ad un calo nelle prestazioni dei ragazzi, gli adulti cambino in negativo l'opinione che hanno di loro, diventando contestualmente iper-critici e contribuendo a peggiorare la situazione emotiva e motivazionale del figlio, che già subisce le sue autocritiche.
A fronte di questi discorsi come potremmo intervenire per favorire un corretto sviluppo del ragazzo e una corretta opinione di sè?
Prima di tutto sostenendolo a livello emotivo e motivazionale, rendendolo consapevole delle diverse cause che possono definire le sue prestazioni, insegnandogli a dare valore all'impegno piuttosto che alla bravura statica, supportandoli nelle strategie di coping per affrontare le situazioni negative di fronte a cui potrebbe trovarsi e a vedere i fallimenti sotto una diversa luce. Dagli studi di De Beni e Cornoldi possiamo evincere che il lavoro sulla metacognizione, ovvero sulla consapevolezza del proprio funzionamento mentale, è molto utile per favorire l'autoefficacia e la riuscita del bambino a scuola, anche di fronte a compiti più difficili.
Cosa possono fare i genitori?
Prima di tutto controllare il linguaggio che si usa nei confronti del figlio. Piuttosto che dire "Bravo! Questo lavoro è perfetto!" si può spostare l'attenzione sull'impegno che il figlio ha messo per portare a termine il lavoro, così da "educare" il suo modo di attribuire le cause ai propri risultati. Attribuire la causa di un successo al proprio impegno mette il bambino in una condizione più favorevole poichè si tratta di una causa mutabile e non stabile, come invece la capacità. Per esempio si potrebbe affermare "Ho notato che ci hai messo molto impegno! Ottimo lavoro!"
In secondo luogo, si può affrontare in maniera costruttiva il momento in cui il bambino porta a casa un voto medio e non eccellente. Invece di porre l'attenzione sul fatto che non era eccellente, si può parlare con il bambino per capire quali sono le sue emozioni rispetto a questo risultato, capendo se è soddisfatto, se poteva fare meglio o ha dato il massimo e quale è la sua consapevolezza rispetto a questi aspetti. Tutto questo sempre sottolineando che il nostro amore per lui non dipende dal voto.
In generale è importante che il bambino valuti correttamente le varie situazioni della sua vita, capendo quando il risultato dipende da lui e quanto, quali possono essere i fattori esterni contestuali che hanno influito, ma soprattutto cosa può fare la prossima volta per far andare le cose diversamente. Se il bambino padroneggia queste strategie sarà di certo in grado di affrontare più serenamente le situazioni, senza che queste rischino di minare la sua autostima scolastica.
di Veronica Sforzin e Walter Zarà
Bibliografia
[1] Cornoldi, C. (2007). Difficoltà e
disturbi dell'apprendimento. Il Mulino
[2] Barrow, JC e Moore,
CA (1983). Interventi di gruppo con pensiero perfezionista. Personnel
& Guidance Journal, 61 (10), 612–615. https://doi.org/10.1111/j.2164-4918.1983.tb00008.x
[3] Dweck, C. (2000).
Teorie del sé. Intelligenza, motivazione, personalità e sviluppo, ed. italiana
a cura di Angelica Moè. Trento: Edizioni Erickson (titolo originale:
Self-theories. Their role in motivation, personality and development. 2000,
Philadelphia:PA: Taylor and Francis.)
[4] Hewitt, P. L., Flett, G. L., Turnbull-Donovan, W. e Mikail, S. F. (1991). The Multidimensional Perfectionism Scale: Reliability, validity, and psychometric properties in psychiatric samples. Psychological Assessment: A Journal of Consulting and Clinical Psychology, 3, 464-468
[5] Marsh, H. W., Chessor, D., Craven, R., and Roche, L. (1995). The effects of gifted and talented programs on academic self-concept: the big fish strikes again. Am. Educ. Res. J. 32, 285–319. doi: 10.3102/00028312032002285
[6] Pacht, AR (1984). Riflessioni sulla perfezione. American Psychologist, 39 (4), 386-390. https://doi.org/10.1037/0003-066X.39.4.386
[7] Weiner, B. (1985). An
attributional theory of motivation and emotion. New York: Springer-Verlag











Commenti
Posta un commento