E’ questione di domande? Parte 2: Lamentarsi
“Perché deve sempre piovere quando sono in ferie?”, vi
ricordate cosa ci siamo detti nell’ultimo articolo sulle domande sbagliate? (se
non l’avete letto potete trovarlo qui). Le domande sbagliate di cui abbiamo già
parlato sono strettamente legate al lamentarsi, infatti, se ci pensate, alcune
delle domande che abbiamo citato nel precedente articolo, erano proprio delle
lamentele fatte e finite. Ma cosa sono le lamentele? E perchè ad alcuni capita
spesso di usarle?
Alcune persone, per reagire alla rabbia o alla frustrazione
per qualcosa che non va, si lamentano, non riescono a trovare, o non conoscono, un
altro modo per reagire a ciò che gli accade, e in un certo senso gli pare pure
di ottenere un certo sollievo e soddisfazione. In realtà
non si rendono conto che tutto questo non porta proprio a niente, esattamente come
per le domande sbagliate.Non tutte le lamentele sono in forma interrogativa, ma appartengono ugualmente a questa categoria, alcuni esempi sono “Il mio collega mi dà i nervi”, “Non sopporto più mia madre”, “La gente è maleducata”, “Uffa, sono grassa”. Avete mai sentito affermazioni simili a queste?
Perché parliamo di lamentele come legate alle domande
sbagliate? Semplicemente perché dietro ogni lamentela, c’è proprio una domanda
sbagliata che si nasconde senza che noi ce ne accorgiamo. La domanda sta lì,
quatta quatta, non si fa notare, per cui non possiamo scovarla e
neutralizzarla. Se ci pensiamo attentamente capiremo che spesso la domanda
celata è qualcosa del tipo “Perché deve essere così?” (ad esempio, la gente, la
mia pancia…) oppure “Perché deve comportarsi così?” (il mio collega, mia
madre…) o ancora, una domanda che si nasconde dietro a praticamente tutte le
lamentele è “Quale è la maledizione che mi affligge?”.
Si tratta principalmente di domande a vuoto, finte, inutili,
mai espresse e quindi, senza risposta. E’ come se venissero poste all’universo,
che non ci può rispondere o dare una soluzione. Se ci pensate infatti, con una
lamentela, non si sta chiedendo a qualcuno o anche solo a noi stessi un aiuto,
un consiglio, una soluzione. E' una affermazione che rimane nell’aria ma non
porta, per nostra sfortuna, a fare alcun passo avanti, alcuna azione.
Probabilmente il fatto che la nostra epoca sia piena di
agi potrebbe portarci a essere meno predisposti alla conquista di ciò che desideriamo, più facilmente insoddisfatti e frustrati di fronte per ciò che non abbiamo o che non ci va a genio. Di fatto le
lamentele sono gratuite, non ci costano quasi nessuno sforzo e ci danno
l’impressione di stare subito meglio; in fondo una lamentela ogni tanto non fa
male a nessuno, è liberatoria e può aiutarci a
calmare i nervi, anche se temporaneamente, ma sicuramente non risolve il problema.
A lungo andare, anche se ci illudiamo di scaricare
l’energia negativa che c’era fino a un minuto prima dentro di noi, si può
innescare un circolo vizioso che porta ad altre lamentele. Lamentarsi non mette
le persone nelle condizioni di esprimere al meglio le loro potenzialità, di pensare e trovare delle soluzioni attraverso strade
alternative. Inoltre, come suggerisce Steven
Parton, potrebbe aumentare significativamente la produzione di ormone dello stress, che abbassa le difese immunitarie e porta a una maggiore suscettibilità alle
malattie. Sembra proprio che in fondo, anche se facile, lamentarsi non faccia
così bene alla salute, fisica o mentale. Senza sottovalutare il fatto che lamentandosi continuamente si rischia di essere socialmente molto poco piacevoli.
Quindi, come si può fare? Per prima cosa aumentare la
consapevolezza di ciò che diciamo ci permetterà di renderci conto di tutte le
volte in cui ci capita di lamentarci. Dopodichè possiamo trasformare la domanda
sbagliata nascosta dietro la lamentela in una domanda giusta, che ci consentirà di attivare la mente e trovare una strada da percorrere.
Per intenderci: “Non sopporto più mia madre” (lamentela),
potrebbe diventare “Come posso migliorare il rapporto con mia madre?” oppure “Come
posso evitare che mia madre mi faccia venire il nervoso?” per esempio capendo
dove sta l'errore, essendo più gentili, confrontando i sentimenti di entrambi, oppure
cambiando casa, evitando argomenti in cui si è in contrasto, non pesando
troppo alcune parole, non facendosi influenzare. Vedete quante risposte
possono essere generate dalle domande giuste? Non tutte saranno per voi,
probabilmente ce ne sono anche altre ma l’importante è che ce ne sia almeno una,
che possa aprire la mente alla possibilità di progettare una soluzione per
fare un passo verso il miglioramento della situazione frustrante.
di Veronica Sforzin e Walter Zarà



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